Wallflowers: Exit Wounds | Recensione Music Voltage

A distanza di 9 anni dall’ultimo lavoro discografico, tornano i The Wallflowers con “Exit Wounds” pubblicato tramite etichetta Virgin; settimo disco per la band statunitense capitanata da Jakob Dylan, figlio di Bob Dylan, che pur avendo ereditato un graffio vocale simile a quello del padre, si discosta dal genere di musica proposto da Bob.

Composto da 10 tracce, è stato prodotto da Butch Walker (Taylor Swift, Weezer) e mixato da Chris Dugan (Green Day) ed in quattro canzoni è presente la cantautrice Shelby Lynne.


Anticipato dal singolo Roots and Wings, questo album dalle sonorità un po’ rock e un po’ country si apre con Maybe Your Heart’s Not In It No More una power ballad sviluppata su un’unica nota vocale che da un impronta ben precisa di quello che è il concept musicale dell’album, e con “Roots and Wings” tale concetto “country” viene rimarcatoabbondantemente.


I Hear The Ocean (When i Wanna Hear Trains) ha una melodia che ci riporta un po’ negli anni ’60, con un rock semplice e d’impatto, ma con The Dive Bar In My Heart abbiamo una contaminazione un po’ elettronica della traccia, quasi come un cambio di regime musicale.


La ballad per antonomasia è Darlin’ Hold On, un pianoforte e un basso che accompagnano la voce del cantante, un percorso emozionale che esplode poi in Move The River, in cui il ritmo sostenuto ci fa quasi venir voglia di ballare senza fermarsi.

La voce quasi sussurrata di Jakob ci fa entrare dentro il mood di I’ll Let You Down (But i WillNot Give You Up), un pezzo sofisticato musicalmente parlando, soft e un po’ vintage; questa stessa atmosfera la troviamo nella canzone successiva, Wrong End Of The Spear, con l’unica differenza che la band ha giocato a contaminare il pezzo con più elementi musicali.

Wallflowers
Copertina dell’album, fonte https://thewallflowers.bandcamp.com


Il pezzo che merita più attenzione dell’album è Who’s That Man Walking ‘Round My Garden, traccia che ci riporta ancora una volta negli anni ’60, ma a differenza di prima dove il rock standard ha un’impronta fondamentale nel pezzo, questo brano ,al contrario ,ci invoglia a urlare al cielo ballando i tipici balli che in quel periodo spopolavano nelle piste.


L’ultima traccia dell’album è The Daylight Between Us, un tripudio di chitarre che narrano, tra musica e parole , la storia di un amore.
Un gradito ritorno e un ottimo disco che, in poco più di 38 minuti, riesce a trasportare in diverse decadi musicali pur rimanendo fedele al sound originale che i Wallflowers propongono da 30 anni.
 

Potete trovare l’album qui.

Recensione di Marco Gruttaglia

Correzione di Valentina La Viola